.jpg) |
|
Il dialetto di Quargnento
di Mattia Ferraris e Domenico Dorato
Edizioni Grafismi Boccassi
Alessandria, 2005
Ho
desiderato fortemente appoggiare questo progetto, già avviato
dal mio predecessore il dott. Giancarlo Ceriana nel 1999,
perchè ritengo che valorizzare e mantenere le tradizioni
locali sia la linfa vitale delle piccole comunità . Sono
orgoglioso di poter scrivere su quest'opera che riduttivamente
può essere definita "dizionario" ma che in realtà è un vero e
proprio documento storico che rimarrà come testimonianza del
dialetto quargnentino, conosciuto e parlato correttamente
ormai da pochi. E' un'opera notevole che unisce definizioni
tecniche ad aneddoti e proverbi usati frequentemente dai
nostri genitori e/o nonni, nomi di luoghi caratteristici e
cascinali a nomi di persone più diffusi. Inoltre gli autori presentano ai lettori, dopo
essersi avvalsi ovviamente di informatori nati e sempre
rimasti a Quargnento, un'opera che, pur rispettando essenziali
criteri scientifici e di trascrizione fonetica, cerca di avere
un carattere divulgativo, con un linguaggio semplice e
leggibile.
Siamo grati agli autori ed ai quargnentini intervistati per
questo lavoro meritorio che - a mio avviso - resterà nel tempo
come la sintesi storica della nostra civiltà contadina, da cui
tutti discendiamo e che ci inorgoglisce non poco.
Concludendo questo è un libro sul nostro dialetto, ma è
soprattutto un libro di storia del popolo quargnentino.
Ing. Luigi Benzi
Sindaco di Quargnento
Premessa degli autori (M.Ferraris e
D.Dorato)
Parlare e scrivere del dialetto di Quargnento non è facile,
come non è facile parlare e scrivere di nessun dialetto se non
si è vissuti sempre nel paese per parlarlo o se non si è
specialisti o dialettologi per scriverlo; così come non è facile
parlare e scrivere del dialetto senza rappresentare, almeno
per sommi capi, quella che era la civiltà contadina,
"fotografata" non tanto ai tempi dei secoli trapassati, ma,
nel nostro caso, negli anni Quaranta-Cinquanta del secolo
scorso, quando c'era ancora molto del vecchio modo di vivere e
di "tribolare", ma si affacciava già la modernità con il
trattore e la legatrice e l'agricoltura con i buoi e i cavalli
lasciava il posto agli strumenti meccanici (le prime
mietitrebbiatrici appaiono già a metà degli anni Cinquanta).
Era il mondo contadino, che d'inverno "viveva" nelle stalle e
in mezzo a parenti ed amici. C'era il vecchio che con saggezza
socratica, in un dialettico icastico, spiritoso e ricco di
metafore, raccontava e tramandava favole e proverbi,
improntati alla vita concreta. Da allora anche il dialetto,
strettamente legato ad un ritmo scandito sul ciclo della
natura e dei lavori agricoli, cambia e con gli anni Sessanta
si "imbastardisce" (qualcuno dice si italianizza) e perde i
suoi significati originari. Noi vogliamo appunto andare alla
ricerca di quei significati originari che hanno segnato nella
comunicativa del dialetto una civiltà secolare. Intanto
occorre premettere che non esiste un unico dialetto di
Quargnento, ma ve ne sono rintracciabili almeno cinque: il
dialetto del paese (o del centro del paese), il dialetto di
Pra§là (o Pr§là , secondo la versione di altri), il dialetto
delle Cascine verso Lu o comunque verso il Monferrato, il
dialetto delle Cascine verso Giardinetto-Castelletto, infine
il dialetto delle Cascine verso S.Michele-Alessandria. Il
sentire dire mê anzichè mi per dire "io" significa che chi lo
dice sta alle Cascine verso Alessandria, così come il dire
chil anzichè si, per dire "lui", ghìggia anzichè uèggia per
"ago", significa che chi lo dice abita alle Cascine veso Lu o
Fubine. Questa considerazione ci ha indotto a scegliere di
volta in volta le voci più comuni o più diffuse, oppure a
mettere in evidenza, con rimando alla voce principale, le due
o tre voci diversificate, ma attinenti allo stesso significato
(si pensi ad artlà n o urtlà n per ortolano, tanto per fare un
esempio) così come si sono messe in evidenza le voci più
antiche rispetto a quelle più "moderne" (dòda per "nonna",
anzichè nòna, scartà per "quaderno", nel dialetto più
recente simile all'italiano). Comunque il dialetto riportato
nella fraseoogia di questo dizionario è sempre il dialetto
parlato quotidianamente, a volte anche volgare, con i suoi
"io" e "tu", o "noi" e "voi" generici che si riferiscono a
persone che si scambiano battute; e ciò cerca di rendere la
vivezza del dialogo. Poi c'è un'altra considerazione: il
dialetto sta morendo, perchè allora continuiamo a parlare e
addirittura a scrivere in dialetto? Per salvare noi stessi e
le nostre origini, per salvare un patrimonio. Per molti di
noi, che fino all'età di sei anni hanno sempre parlato in
dialetto ed hanno imparato l'italiano a scuola, è d'obbligo
considerare il dialetto la lingua nativa, e per dirla con
Alberoni "quando un popolo perde la sua lingua muore. Quando
un individuo perde la sua lingua svanisce. Quando perde il suo
linguaggio, smarrisce la sua personalità". Ma anche per chi
poi ha "studiato", imparato l'italiano, le lingue antiche , le
lingue straniere, il dialetto rimane un fondo indistruttibile,
e crea per dirla con De Saussure e la scuola dei linguisti
francesi, la sua parole rispetto alla lingua della comunità
che egli frequenta o frequenterà, che è invece la propria
langue, sia essa dialetto o lingua nazionale. In certi momenti
di ira, di rabbia o di gioia sfrenata, ma anche di riflessione
esistenziale profonda, riappare il dialetto con le sue
imprecazioni e la sua saggezza, con il suo fondo
impressionante di autenticità, con la sua struggente nostalgia
di una mitica "età dell'oro" legata alla propria vita e alla
propria infanzia; tutto il resto è scuola e accademia per rispettabiali che siano. E per quelli che il dialetto non
l'hanno mai parlato o addirittura non l'hanno mai compreso? Va
bene lo stesso: per loro sarà motivo di riflesssione storica,
segnale di una storia di un paese, di un popolo e potranno
accostarvisi con più serena freddezza (sine ira et studio)e
riscoprire il modo di vivere e di soffrire, di gioire dei loro
progenitori e non sarà cosa da poco confrontarlo con questa
nostra epoca così diversa e così cambiata, direi quasi
livellata tra città e campagna, travolta da un uniformante
consumismo. |